Rob Threepwood
06-06-2005, 19:55
Premessa... il post non sarà lungo... di più, sarà di dimensioni a dir poco Siffrediane :P
In secondo luogo... io l'ho iniziata a mo' di "racconto", ma ovviamente chiunque può scrivere le origini del proprio personaggio come più gli aggrada :) (anche in braile, se ci riesce :) )
Poi... il racconto è terribilmente lungo, quindi non so se vi convenga leggere fino in fondo :P
(è inutile che cercate di fare i furbi... la parte dove vi insulto uno per uno l'ho messa al centro, così anche se saltate alla fine non ve ne accorgete :D :D :D)
Il finale ovviamente è aperto alla narrazione di altre origini... se volete approfittarne per aggancarvi, fate pure... tanto come ho già datto, secondo me va bene qualsiasi tipo di origini vogliate raccontare, in qualsiasi modo o forma :) (scritto sui rotoli di carta igienica non vale, che qui sul forum non si possono allegare :P :)
Detto questo, buon (????) proseguimento, o temerari sventurati :)
Robencrantz fissò pensieroso l’orizzonte dalla prua della nave; immerso nei suoi pensieri e con lo sguardo teso verso il grigio infinito che sembrava avvolgerlo assieme al resto dell’imbarcazione, si trovava sulla via del ritorno verso quella che ormai aveva imparato a chiamare casa. La tramontana che spazzava prepotentemente il ponte, più gelida e tagliente dei pugnali dei Goblin affrontati nel corso delle sue traversie, sembrava essere lì per continuare l’opera degli avversari affrontati finora; a causa del freddo, dei piccoli tagli cominciavano a comparire sul suo viso, ma Robencrantz non sembrò neanche accorgersene, quasi paralizzato dal freddo e dai suoi pensieri, riuscì a malapena a sentire una lieve sensazione di bruciore sulle sue guance.
Non sembrava essersi reso conto neanche della pioggia leggera che da qualche minuto era cominciata a cadere sul ponte; immerso nel gelido grigiore quasi spettrale di quel paesaggio, si era ormai inoltrato verso la strada del ricordo.
Quando giunse alle dune, non gli era mai passato per la testa che avrebbe potuto provare qualcosa che neanche lui avrebbe saputo come definire, ma che ricordava pericolosamente un misto di nostalgia e malinconia. Lui, che aveva odiato fin dal primo momento quel posto, si ritrovò a chiedersi cosa avrebbe fatto ora che questa sorta di viaggio di iniziazione stava volgendo verso la sua naturale conclusione.
Ma non era la paura del futuro ancora ignoto che gli si sarebbe dispiegato davanti da quel momento in poi, quanto piuttosto la sensazione di allontanarsi da qualcosa che in qualche modo l’aveva inchiodato di fronte alle proprie radici.
Fin da quando aveva messo piede al porto di Selbina, aveva manifestato una sorta di fastidio nell’attraversare quelle lande, e la visione delle dune lo fece sprofondare in uno stato di malinconica rassegnazione. Odiava il caldo di quel deserto e i mostri che lo abitavano, ma ancora di più ne odiava la sabbia. Non l’aveva mai sopportata; considerava quel pulviscolo invadente come una delle più fastidiose seccature cui potessero sottoporlo, e quella delle dune non era da meno. Anzi, il suo biancore opalescente che, riflettendo i raggi di un sole impietoso, illuminava la zona di una luce accecante, la rendeva ancora più insopportabile ai suoi occhi.
Eppure, adesso nei suoi pensieri non riusciva a trovare traccia delle sensazioni di fastidio che il varcare quelle lande aride gli procurava: nonostante tutto, infatti, i colori caldi di Selbina, così lontani nel freddo glaciale che aveva avvolto la nave, gli ricordavano gli stessi colori caldi della sua terra; del luogo in cui aveva vissuto in un passato che ormai sembrava remoto e da cui la sorte e la sua curiosità lo spinsero via molti anni addietro, vagando per il continente per anni prima di trovare un luogo che avrebbe potuto chiamare casa, sebbene, a volte, Windurst fosse quanto di più lontano potesse esserci dalla sua patria precedente. Tanto tranquilla e pacifica era Windurst, tanto affollata e caotica era la sua Balarm, costante brusio di voci dai mille toni e accenti, che si radunavano intorno ai tanti mercati della città.
La pioggia si era infittita sempre più, fino a diventare un vero e proprio acquazzone, ma perso nei suoi pensieri, sembrava non essersene reso conto, o forse l’essersi rifugiato nel ricordo del sole che riscaldava le oziose giornate primaverili nella sua vecchia città, era il suo modo di esorcizzare quel freddo cui mai era riuscito ad adattarsi del tutto. Nonostante il suo nome potesse tradire appartenenze nordiche, Robencrantz era quanto di più diverso da ciò potesse esserci, e il sangue che tenuemente sgorgava (sebbene già si stesse coagulando, tanto poco profondi erano i tagli) dalle sue guance che, avvezze al calore della sua terra, non si erano mai abituate del tutto ad un certo tipo di freddo, ne era una prova.
All’inizio non sentì neanche la sua voce, ma quando sentì il suo braccio posarsi sulla sua spalla, si accorse che accanto a lui, chissà da quanto tempo, c’era Dattebayo, una Mithra che aveva conosciuto proprio lì alle dune, e con cui aveva svolto gran parte del viaggio di iniziazione.
“Torniamo dentro, che qui a momenti sta cadendo giù l’intero cielo… – disse lei – e poi può essere rischioso, ultimamente su questa rotta ci sono stati diversi assalti da parte dei pirati.”
“I pirati… un tempo avrei anche potuto scegliere quella via” – fece quasi impercettibilmente lui, come se stesse parlando con sé stesso invece che con la Mithra.
I due rientrarono sottocoperta, col resto della ciurma e dei passeggeri di quella nave – ben pochi, a dire il vero – compagni improvvisati del loro ritorno.
“Saresti voluto diventare un pirata?”, chiese la Mitrha, mentre i suoi occhi azzurri scrutavano curiosi il volto di Robencrantz per riuscire a capire se stesse dicendo sul serio o scherzasse come suo solito.
Prima di rispondere, fece passare qualche secondo, le si sedette accanto e poggiò la testa contro la trave di legno alle sue spalle. Chiuse gli occhi e cominciò a formulare la risposta, cercando di vincerne l’incredulità. “Sì, l’idea di andarmene per mare mi affascinava non poco. Vivevo su un’isola prima di giungere a Windurst, e capirai che di mare ce n’era in abbondanza; abbastanza da riempire qualsiasi fantasia di bambino o smania d’avventura adolescenziale che sia; abbastanza da farti restare quanto ti pare su uno scoglio al tramonto e dar sfogo a qualsiasi tuo pensiero, contemplativo, mistico, metafisico o cialtrone che fosse. E lasci che il sogno prenda il sopravvento, che le lenzuola stese ad asciugare tra i vicoli del porto siano il veliero che ti porterà via verso mari misteriosi e lande inesplorate, guidato da quello stesso scirocco che le gonfia maestoso e indifferente alle nostre vite, stancante come solo lo scirocco sa essere, ma la cosa che più desideri in quel momento è che ti porti via con se, a scoprire nuovi posti, a vedere se da qualche parte c’è qualcuno seduto su un altro scoglio a godersi un altro tramonto – chissà se uguale o diverso da quelli che hai sempre visto – che fissa l’orizzonte con la tua stessa brama di avventure. E allora, se di avventure hai voglia, perché non tentare la strada della pirateria? E poi… e poi… e poi cresci, lo scoglio lo vedi sempre più di rado, i tuoi sogni di libertà e pirateria lasciano il posto ad altre preoccupazioni; la tua curiosità si rivolge altrove… e un giorno che le tue traversie in giro per il mondo ti ci spingono davvero, ti ritrovi a pensare a quello che poteva essere e non è stato. Tipica crisi di mezz’età precoce, direbbe qualcuno. O tarda sindrome di Peter Pan, potrebbe anche essere”.
La Mithra s’era lasciata prendere dal tono pacato e mellifluo della risposta di Robencrant, e la stanchezza accumulata negli ultimi giorni di combattimento, fece il resto. Si sdraiò sulla stiva maledicendo il costruttore di simili navi da trasportò, e prima di riposarsi, disse “Chissà se quando attraccheremo troveremo Zabusa in città, o se sarà già ripartito per La Thiene…”
“Non so – rispose lui – Sicuramente possedere un chocobo lo facilità non poco negli spostamenti. Ne avessi uno anch’io…”
La stanchezza del viaggio colse anche lui, e seguendo l’esempio della Mithra, si sdraiò sul legno della stiva, sperando di risvegliarsi in prossimità della meta, chiedendosi chi del gruppo di amici avrebbe ritrovato in città. Col passare del tempo, da quando era approdato a Windurst per la prima volta, aveva conosciuto sempre più persone, e quasi tutti avventurieri come lui; alla naturale nascita di una sorta di fraternità con loro, faceva da contraltare una vera e propria diaspora che vedeva tutti in giro per il mondo in cerca di avventure. Ritrovarsi tutti in città era da considerare un evento di portata non trascurabile, e la probabilità di trovare Zabusa ancora in città era alquanto remota.
Il sonno di Robencrantz fu interrotto qualche ora più tardi dal movimento della coda della Mithra sdraiata poco distante, evidentemente in preda a qualche sogno movimentato. Sebbene fosse passato già un po’ di tempo da quando giunse per la prima volta a Windurst, ancora non si era abituato del tutto alle sue stranezze e alle tante razze che la popolavano. Prima di allora non aveva mai incontrato un Tarutaru, la comunità più vasta dell’intera città, né tantomeno una Mithra. L’impatto fu quasi devastante, visto l’accento fastidioso ed irritante della maggior parte dei Taru – non tutti, per fortuna, sembravano parlare in quel modo, comunque – ma non fu difficile abituarsi. Anzi, con la loro bassa statura e i loro modi buffi, non potevano non risultare simpatici; inoltre possedevano uno straordinario talento per le arti magiche; talento che Robencrantz non potè mai fare a meno di invidiare. Le Mithra invece erano ancora più strane ai suoi occhi; non aveva mai incontrato qualcosa di simile a queste donne dalle fattezze feline durante tutti i suoi viaggi precedenti, ma c’era qualcosa in loro che lo attirava parecchio; in particolare, quella Nanaa Migho, una ladra molto nota lì a windurst, l’aveva affascinato non poco.
Ormai sveglio, si diresse verso il ponte, giusto in tempo per ammirare il sole che pigramente cominciava a salire nel cielo. Sembravano ormai essersi lasciati dietro da diverse ore la pioggia incessante della notte prima, e sebbene il clima non fosse certo tiepido, non si gelava come la sera precedente. Si affacciò alle balaustre del ponte, e in lontananza cominciò a vedere la sagoma inconfondibile della costa di Windurst.
“Casa”, pensò.
Non passò molto prima che anche Dattebayo si svegliasse e lo raggiungesse sul ponte.
“Sembra che finalmente si sia deciso ad affacciare un po’ di sole. Manca davvero poco all’attracco, credo.”
“Già” fece Robencrantz annuendo.
“Beh, visto che abbiamo ancora un po’ di tempo – disse la Mithra – beh… insomma, ti andrebbe di raccontare un po’ come sei arrivato qui a Vana’diel?”
Il mago continuò a fissare l’orizzonte pensieroso, e dopo qualche minuto cominciò a formulare la sua risposta. “Come ci sono arrivato… con un sogno, una stilo spezzata ed una condanna a morte.”
“Come?” fece lei confusa.
“È una lunga storia – disse – lunga e confusa, temo. Credo che comunque, da qui al nostro arrivo, riuscirò a raccontarla tutta. Però forse è meglio che sfrutti le tue doti da ladra per prendere in prestito una delle bottiglie che stanno nella stiva, e chissà che la storia non si lasci meglio raccontare…”
La Mithra, curiosa di sentire il racconto e desiderosa di continuare il proprio allenamento ladronesco, aderì di buon grado alla proposta, e corse subito alla volta della stiva. Dopo qualche minuto tornò con una delle migliori bottiglie di rosso.
“Ottimo – le disse – certo, dovremmo accontentarci di bere direttamente dalla bottiglia, ma non si può pretendere tutto”
“Per chi mi hai preso? – fece stizzita Datte – Sono una ladra di un certo livello, io” e detto questo tirò fuori dalla sua bisaccia una coppia di bicchieri.
“Beh, ma questo è ancora meglio di quel che potessi aspettarmi. – disse il mago versando il contenuto delle bottiglie nei due bicchieri – Beh, a questo punto devo proprio iniziare la storia. Come ti ho detto, tutto iniziò con un sogno. Come spesso accade, del resto. Le fantasie piratesche erano finite da tempo, e allora il mio interesse principale si era spostato verso la tecnologia e la scienza. Finché un giorno feci uno strano sogno. Una donna dalla pelle celeste, dallo sguardo glaciale, che mi fissava dall’alto, sospesa a mezz’aria, senza dire niente, ma con due occhi penetranti ed intensi. E dopo avermi fissato, voltò le spalle ed andò via, lasciandosi una scia di ghiaccio intorno a se… io cercavo di seguirla, dicendole di fermarsi, chiedendole chi fosse, ma non ricevetti nessuna risposta; la vedevo allontanarsi sempre più all’orizzonte, e mi sforzavo di seguirla, col terreno ghiacciato che pian piano scricchiolava ai miei piedi, finché una voragine non si aprì sul suolo e fui costretto a svegliarmi. Ma la sensazione al risveglio fu diversa da quella di qualsiasi altro sogno avessi fatto prima; stavo tremando, e di freddo, nonostante lo scirocco che da giorni soffiava per i vicoli di Balarm, come se tutto ciò fosse stato reale. Da quel giorno il ricordo di quella donna, o di quell’essere, non so ancora cosa fosse, mi ossessionò. Non sapevo bene che fare, a chi chiedere, finché non mi tornò in mente Jalil Al-Asharí, vecchio protomedico, matematico e astrologo di corte in tempi che ormai parevano remoti. Con cambio di potere avvenuto decenni prima nella mia città, cadde in disgrazia e finì per vivere isolato nei vecchi vicoli nei pressi del porto. Decisi perciò di andarlo a trovare per chiedergli spiegazioni, o se quanto meno avesse mai sentito parlare di qualcosa di simile a ciò che avevo sognato. Mi accolse in casa sua, e la prima cosa che notai era l’enorme quantità di pergamene, scritti e carte all’interno della sua abitazione. In seguito seppi anche che all’interno della casa vi si trovava anche un aleph, ma allora non sapevo neanche di cosa si trattasse. Gli raccontai il mio sogno e subito sgranò gli occhi. “Ragazzo mio, hai sognato di cose pericolose, per quanto seducenti e ammalianti. Cose che riguardano arti arcane, proibite e dimenticate da secoli. E non è prudente andarlo a raccontare in giro; se venissero a saperlo a corte, faresti una brutta fine. Ormai quelli che come me tengono memoria di certe arti e riti, non vengono visti di buon occhio dal regnante, ed è solo questione di tempo prima che si venga cacciati, o peggio, da questo luogo. E pensare che solo qualche decennio fa…” I timori del vecchio erano tutti fondati, ben presto da parte della corona vi fu una campagna repressiva verso coloro che praticavano le arti magiche. Ma di questo non me ne curai, piuttosto, spinto dalla mia curiosità, chiesi al vecchio di insegnarmi tutto quello che sapesse al riguardo sulla magia. Mi prese in simpatia, e accettò di buon grado, spinto anche dalla solitudine in cui l’esilio da corte l’aveva cacciato. Solo e senza nessun figlio o allievo, tutte le sue conoscenze erano destinate a perdersi nell’oblio. “Ti dico subito che qui non apprenderai tutto quello che ti servirà per raggiungere il tuo scopo”, mi disse. “Per farlo dovrai andare verso terre lontane, di cui qui si è persa la memoria. Dovrai raggiungere un luogo remoto chiamato Vana’diel, e il viaggio che lì ti porterà, sarà duro e pieno di pericoli. E comunque non potrai affrontarlo prima di aver raggiunto una certa padronanza delle arti magiche, siine consapevole.” Nonostante le premesse non fossero delle più incoraggianti, non desistetti dalla mia idea, e dissi al vecchio che avrei seguito i suoi insegnamenti.
Apprendere tutte le sue nozioni fu molto duro, ma mi arricchì enormemente, visto che Jalil non di sola magia viveva, ma era anche un estimatore delle scienze e delle altre arti. Mi raccontò della storia di Asterione, la leggenda dei re e dei due labirinti e mi svelò l’esistenza di infinite storie e infiniti racconti per ogni posto di questa terra. Una volta o due mi fece anche dare un’occhiata all’Aleph che si trovava nella sua cantina, ma per pochi secondi, affinché il mio sguardo non si perdesse nell’immensità di quel tutto.
Il mio apprendistato proseguiva, ma proseguiva di pari passo all’odio da parte del regnante nei confronti dei cultori delle vecchie arti mistiche. Ed è qui che arriviamo alla stilo spezzata; quella che una sera trovai tra le dita di uno Jalil sdraiato con la testa china sul tavolo diventato vermiglio, ed uno squarcio alla gola rozzamente eseguito da qualche macellaio dell’esercito regale, gli stessi che dopo il mio ingresso nella casa del vecchio appiccarono il fuoco che avrebbe dovuto distruggere quel che restava del suo appartamento, ormai messo completamente a soqquadro dai soldati alla ricerca di chissà che cosa – se era denaro quel che cercavano, avevano sbagliato obiettivo, Jalil non ne aveva mai avuto oltre a quello per la quotidiana sopravvivenza.
Così mi ritrovai all’interno di una casa in fiamme, con la necessità di dover scappare al più presto; prima però cercai di afferrare quante più pergamene possibili, volevo che almeno parte della sua conoscenza potesse sopravvivergli; non sapendo quali fossero le più importanti agii arbitrariamente, seguendo un rigoroso ordine casuale e sperando nella mia buona sorte, dopo di che corsi verso l’uscita prima che fosse troppo tardi.
Sopravvissuto all’incendio, capii che da quel posto me ne sarei dovuto andare al più presto, ma prima di farlo avrei voluto fare un ultimo regalo ai miei concittadini. Più che di un regalo si trattava di una mia esclusiva vendetta personale, ma non credo che sarei stato l’unico che ne avrebbe beneficiato. Decisi che prima di partire avrei fatto fuori la causa della morte del vecchio, eliminando il bastardo colpevole di tutto. Soltanto che far fuori un sovrano non è una cosa così facile, come tu puoi ben capire. Le mie conoscenze delle arti magiche erano ancora poche ed imperfette, purtroppo Jalil non riuscì a completare i suoi insegnamenti, così dovetti rinunciare all’idea di usarle contro il re. Nel complesso però, non mi ero dimenticato di quel che sapevo riguardo alla polvere pirica; la mia precedente curiosità nei confronti della chimica avrebbe potuto darmi ancora una mano.
Decisi, quindi, che il modo migliore sarebbe stato quello di farlo saltare in aria mentre la sua carrozza avrebbe attraversato il ponte levatoio per recarsi nel cortile interno della fortezza. Non fui il solo a pensare una cosa del genere, perché a quanto pare qualcuno delle lande del nord aveva pensato una cosa simile per eliminare il re del proprio paese, comunque né a lui né a me andò bene. Da quel che ne seppi lui fu catturato e giustiziato, io invece riuscii a fuggire nonostante l’eclatante fallimento del mio piano. A farne le spese furono solamente i cavalli e uno sparuto gruppo di diplomatici in visita alla fortezza della mia città. Da quel giorno, con una condanna capitale sul groppone, non avrei mai più potuto farmi vedere nel mio paese, così corsi il più lontano possibile. Viaggiai per diverse terre e mari, cercando di avvicinarmi sempre più a Vana’diel. Il vecchio Jalil non aveva torto, il viaggio fu davvero lungo, estenuante e pieno di pericoli. Negli anni che mi ci vollero per riuscire a trovare il varco verso Vana’diel, perfezionai le mie tecniche magiche, quel tanto che mi bastò per poter sopravvivere e avvicinarmi sempre più alle arti arcane di cui parlava il mio vecchio maestro. Quando, nel corso della mia fuga, giunsi a Bosphoreion, ricevetti comunque ottime notizie. Anche se non ero riuscito nel mio intento, il re ebbe il fatto suo. Nel setacciare la casa di Jalil, i soldati trovarono e consegnarono al re uno Zahir. E con esso, una serie di disgrazie cui il bastardo coronato non potè sottrarsi, caduto in uno stato contemplativo tale da renderlo né più né meno che un vegetale.”
“Uno Za-che?” – chiese Dattebayo, avvinta dal racconto.
“Lascia stare, qualcosa potenzialmente molto pericoloso, che si insinua nei tuoi pensieri fagocitandoli, e che ti impedisce di pensare ad altro; già il fatto che io te ne stia parlando potrebbe essere pericoloso, se c’è qualcosa che il vecchio Jalil mi ha insegnato è quello di non sottovalutare mai certe cose”
“Va bene, forse è meglio… in fondo sono solo una semplice ladra, questa roba rischia di diventare troppo complicata per me. Comunque, finisci pure la tua storia.”
“C’è poco da continuare. Alla fine dopo anni e anni riuscii a trovare il passaggio per Vana’diel; proseguii il mio vagabondare anche per queste terre, fino a quando sono giunto a Windurst, che ormai considero quanto di più vicino ad una casa possa avere. Lì ho trovato gente come te, Moku, Zabusa, Nymie e tutti gli altri. Direi che anche voi contribuite nel fare di Windurst una casa.”
“Beh, - fece Datte, agitando la bottiglia ormai vuota – la storia s’è fatta ben raccontare davvero, il vino è finito e la nave sta attraccando in porto. E guarda un po’ chi c’è laggiù in attesa di imbarcarsi? È Zabu!”
I due si diressero verso l’amico, che aveva evidentemente lasciato a riposare il chocobo, e salutandolo gli proposero di rimandare il proprio viaggio per rientrare a Windurst tutti insieme. Zabusa accettò di buon grado, e li seguì nel loro viaggio verso sud.
“Allora, vi come va la vita, ragazzi?” – chiese al mago ed alla ladra dagli occhi azzurri
“Non c’è male, Zabu; – rispose Datte – ho appena finito di ascoltare una storia mooolto lunga”
“Già – fece di rimando, Robencrantz – ma visto che c’è ancora tempo prima di arrivare a windurst, adesso vorrei essere io ad ascoltare una storia. Chi comincia?”
I tre si misero in marcia verso la loro città, e tra le risate e gli schiamazzi, le gole del canyon di Tahrongi risuonarono delle avventure dei compagni di avventura del mago rosso giunto da lontano.
Fine?
In secondo luogo... io l'ho iniziata a mo' di "racconto", ma ovviamente chiunque può scrivere le origini del proprio personaggio come più gli aggrada :) (anche in braile, se ci riesce :) )
Poi... il racconto è terribilmente lungo, quindi non so se vi convenga leggere fino in fondo :P
(è inutile che cercate di fare i furbi... la parte dove vi insulto uno per uno l'ho messa al centro, così anche se saltate alla fine non ve ne accorgete :D :D :D)
Il finale ovviamente è aperto alla narrazione di altre origini... se volete approfittarne per aggancarvi, fate pure... tanto come ho già datto, secondo me va bene qualsiasi tipo di origini vogliate raccontare, in qualsiasi modo o forma :) (scritto sui rotoli di carta igienica non vale, che qui sul forum non si possono allegare :P :)
Detto questo, buon (????) proseguimento, o temerari sventurati :)
Robencrantz fissò pensieroso l’orizzonte dalla prua della nave; immerso nei suoi pensieri e con lo sguardo teso verso il grigio infinito che sembrava avvolgerlo assieme al resto dell’imbarcazione, si trovava sulla via del ritorno verso quella che ormai aveva imparato a chiamare casa. La tramontana che spazzava prepotentemente il ponte, più gelida e tagliente dei pugnali dei Goblin affrontati nel corso delle sue traversie, sembrava essere lì per continuare l’opera degli avversari affrontati finora; a causa del freddo, dei piccoli tagli cominciavano a comparire sul suo viso, ma Robencrantz non sembrò neanche accorgersene, quasi paralizzato dal freddo e dai suoi pensieri, riuscì a malapena a sentire una lieve sensazione di bruciore sulle sue guance.
Non sembrava essersi reso conto neanche della pioggia leggera che da qualche minuto era cominciata a cadere sul ponte; immerso nel gelido grigiore quasi spettrale di quel paesaggio, si era ormai inoltrato verso la strada del ricordo.
Quando giunse alle dune, non gli era mai passato per la testa che avrebbe potuto provare qualcosa che neanche lui avrebbe saputo come definire, ma che ricordava pericolosamente un misto di nostalgia e malinconia. Lui, che aveva odiato fin dal primo momento quel posto, si ritrovò a chiedersi cosa avrebbe fatto ora che questa sorta di viaggio di iniziazione stava volgendo verso la sua naturale conclusione.
Ma non era la paura del futuro ancora ignoto che gli si sarebbe dispiegato davanti da quel momento in poi, quanto piuttosto la sensazione di allontanarsi da qualcosa che in qualche modo l’aveva inchiodato di fronte alle proprie radici.
Fin da quando aveva messo piede al porto di Selbina, aveva manifestato una sorta di fastidio nell’attraversare quelle lande, e la visione delle dune lo fece sprofondare in uno stato di malinconica rassegnazione. Odiava il caldo di quel deserto e i mostri che lo abitavano, ma ancora di più ne odiava la sabbia. Non l’aveva mai sopportata; considerava quel pulviscolo invadente come una delle più fastidiose seccature cui potessero sottoporlo, e quella delle dune non era da meno. Anzi, il suo biancore opalescente che, riflettendo i raggi di un sole impietoso, illuminava la zona di una luce accecante, la rendeva ancora più insopportabile ai suoi occhi.
Eppure, adesso nei suoi pensieri non riusciva a trovare traccia delle sensazioni di fastidio che il varcare quelle lande aride gli procurava: nonostante tutto, infatti, i colori caldi di Selbina, così lontani nel freddo glaciale che aveva avvolto la nave, gli ricordavano gli stessi colori caldi della sua terra; del luogo in cui aveva vissuto in un passato che ormai sembrava remoto e da cui la sorte e la sua curiosità lo spinsero via molti anni addietro, vagando per il continente per anni prima di trovare un luogo che avrebbe potuto chiamare casa, sebbene, a volte, Windurst fosse quanto di più lontano potesse esserci dalla sua patria precedente. Tanto tranquilla e pacifica era Windurst, tanto affollata e caotica era la sua Balarm, costante brusio di voci dai mille toni e accenti, che si radunavano intorno ai tanti mercati della città.
La pioggia si era infittita sempre più, fino a diventare un vero e proprio acquazzone, ma perso nei suoi pensieri, sembrava non essersene reso conto, o forse l’essersi rifugiato nel ricordo del sole che riscaldava le oziose giornate primaverili nella sua vecchia città, era il suo modo di esorcizzare quel freddo cui mai era riuscito ad adattarsi del tutto. Nonostante il suo nome potesse tradire appartenenze nordiche, Robencrantz era quanto di più diverso da ciò potesse esserci, e il sangue che tenuemente sgorgava (sebbene già si stesse coagulando, tanto poco profondi erano i tagli) dalle sue guance che, avvezze al calore della sua terra, non si erano mai abituate del tutto ad un certo tipo di freddo, ne era una prova.
All’inizio non sentì neanche la sua voce, ma quando sentì il suo braccio posarsi sulla sua spalla, si accorse che accanto a lui, chissà da quanto tempo, c’era Dattebayo, una Mithra che aveva conosciuto proprio lì alle dune, e con cui aveva svolto gran parte del viaggio di iniziazione.
“Torniamo dentro, che qui a momenti sta cadendo giù l’intero cielo… – disse lei – e poi può essere rischioso, ultimamente su questa rotta ci sono stati diversi assalti da parte dei pirati.”
“I pirati… un tempo avrei anche potuto scegliere quella via” – fece quasi impercettibilmente lui, come se stesse parlando con sé stesso invece che con la Mithra.
I due rientrarono sottocoperta, col resto della ciurma e dei passeggeri di quella nave – ben pochi, a dire il vero – compagni improvvisati del loro ritorno.
“Saresti voluto diventare un pirata?”, chiese la Mitrha, mentre i suoi occhi azzurri scrutavano curiosi il volto di Robencrantz per riuscire a capire se stesse dicendo sul serio o scherzasse come suo solito.
Prima di rispondere, fece passare qualche secondo, le si sedette accanto e poggiò la testa contro la trave di legno alle sue spalle. Chiuse gli occhi e cominciò a formulare la risposta, cercando di vincerne l’incredulità. “Sì, l’idea di andarmene per mare mi affascinava non poco. Vivevo su un’isola prima di giungere a Windurst, e capirai che di mare ce n’era in abbondanza; abbastanza da riempire qualsiasi fantasia di bambino o smania d’avventura adolescenziale che sia; abbastanza da farti restare quanto ti pare su uno scoglio al tramonto e dar sfogo a qualsiasi tuo pensiero, contemplativo, mistico, metafisico o cialtrone che fosse. E lasci che il sogno prenda il sopravvento, che le lenzuola stese ad asciugare tra i vicoli del porto siano il veliero che ti porterà via verso mari misteriosi e lande inesplorate, guidato da quello stesso scirocco che le gonfia maestoso e indifferente alle nostre vite, stancante come solo lo scirocco sa essere, ma la cosa che più desideri in quel momento è che ti porti via con se, a scoprire nuovi posti, a vedere se da qualche parte c’è qualcuno seduto su un altro scoglio a godersi un altro tramonto – chissà se uguale o diverso da quelli che hai sempre visto – che fissa l’orizzonte con la tua stessa brama di avventure. E allora, se di avventure hai voglia, perché non tentare la strada della pirateria? E poi… e poi… e poi cresci, lo scoglio lo vedi sempre più di rado, i tuoi sogni di libertà e pirateria lasciano il posto ad altre preoccupazioni; la tua curiosità si rivolge altrove… e un giorno che le tue traversie in giro per il mondo ti ci spingono davvero, ti ritrovi a pensare a quello che poteva essere e non è stato. Tipica crisi di mezz’età precoce, direbbe qualcuno. O tarda sindrome di Peter Pan, potrebbe anche essere”.
La Mithra s’era lasciata prendere dal tono pacato e mellifluo della risposta di Robencrant, e la stanchezza accumulata negli ultimi giorni di combattimento, fece il resto. Si sdraiò sulla stiva maledicendo il costruttore di simili navi da trasportò, e prima di riposarsi, disse “Chissà se quando attraccheremo troveremo Zabusa in città, o se sarà già ripartito per La Thiene…”
“Non so – rispose lui – Sicuramente possedere un chocobo lo facilità non poco negli spostamenti. Ne avessi uno anch’io…”
La stanchezza del viaggio colse anche lui, e seguendo l’esempio della Mithra, si sdraiò sul legno della stiva, sperando di risvegliarsi in prossimità della meta, chiedendosi chi del gruppo di amici avrebbe ritrovato in città. Col passare del tempo, da quando era approdato a Windurst per la prima volta, aveva conosciuto sempre più persone, e quasi tutti avventurieri come lui; alla naturale nascita di una sorta di fraternità con loro, faceva da contraltare una vera e propria diaspora che vedeva tutti in giro per il mondo in cerca di avventure. Ritrovarsi tutti in città era da considerare un evento di portata non trascurabile, e la probabilità di trovare Zabusa ancora in città era alquanto remota.
Il sonno di Robencrantz fu interrotto qualche ora più tardi dal movimento della coda della Mithra sdraiata poco distante, evidentemente in preda a qualche sogno movimentato. Sebbene fosse passato già un po’ di tempo da quando giunse per la prima volta a Windurst, ancora non si era abituato del tutto alle sue stranezze e alle tante razze che la popolavano. Prima di allora non aveva mai incontrato un Tarutaru, la comunità più vasta dell’intera città, né tantomeno una Mithra. L’impatto fu quasi devastante, visto l’accento fastidioso ed irritante della maggior parte dei Taru – non tutti, per fortuna, sembravano parlare in quel modo, comunque – ma non fu difficile abituarsi. Anzi, con la loro bassa statura e i loro modi buffi, non potevano non risultare simpatici; inoltre possedevano uno straordinario talento per le arti magiche; talento che Robencrantz non potè mai fare a meno di invidiare. Le Mithra invece erano ancora più strane ai suoi occhi; non aveva mai incontrato qualcosa di simile a queste donne dalle fattezze feline durante tutti i suoi viaggi precedenti, ma c’era qualcosa in loro che lo attirava parecchio; in particolare, quella Nanaa Migho, una ladra molto nota lì a windurst, l’aveva affascinato non poco.
Ormai sveglio, si diresse verso il ponte, giusto in tempo per ammirare il sole che pigramente cominciava a salire nel cielo. Sembravano ormai essersi lasciati dietro da diverse ore la pioggia incessante della notte prima, e sebbene il clima non fosse certo tiepido, non si gelava come la sera precedente. Si affacciò alle balaustre del ponte, e in lontananza cominciò a vedere la sagoma inconfondibile della costa di Windurst.
“Casa”, pensò.
Non passò molto prima che anche Dattebayo si svegliasse e lo raggiungesse sul ponte.
“Sembra che finalmente si sia deciso ad affacciare un po’ di sole. Manca davvero poco all’attracco, credo.”
“Già” fece Robencrantz annuendo.
“Beh, visto che abbiamo ancora un po’ di tempo – disse la Mithra – beh… insomma, ti andrebbe di raccontare un po’ come sei arrivato qui a Vana’diel?”
Il mago continuò a fissare l’orizzonte pensieroso, e dopo qualche minuto cominciò a formulare la sua risposta. “Come ci sono arrivato… con un sogno, una stilo spezzata ed una condanna a morte.”
“Come?” fece lei confusa.
“È una lunga storia – disse – lunga e confusa, temo. Credo che comunque, da qui al nostro arrivo, riuscirò a raccontarla tutta. Però forse è meglio che sfrutti le tue doti da ladra per prendere in prestito una delle bottiglie che stanno nella stiva, e chissà che la storia non si lasci meglio raccontare…”
La Mithra, curiosa di sentire il racconto e desiderosa di continuare il proprio allenamento ladronesco, aderì di buon grado alla proposta, e corse subito alla volta della stiva. Dopo qualche minuto tornò con una delle migliori bottiglie di rosso.
“Ottimo – le disse – certo, dovremmo accontentarci di bere direttamente dalla bottiglia, ma non si può pretendere tutto”
“Per chi mi hai preso? – fece stizzita Datte – Sono una ladra di un certo livello, io” e detto questo tirò fuori dalla sua bisaccia una coppia di bicchieri.
“Beh, ma questo è ancora meglio di quel che potessi aspettarmi. – disse il mago versando il contenuto delle bottiglie nei due bicchieri – Beh, a questo punto devo proprio iniziare la storia. Come ti ho detto, tutto iniziò con un sogno. Come spesso accade, del resto. Le fantasie piratesche erano finite da tempo, e allora il mio interesse principale si era spostato verso la tecnologia e la scienza. Finché un giorno feci uno strano sogno. Una donna dalla pelle celeste, dallo sguardo glaciale, che mi fissava dall’alto, sospesa a mezz’aria, senza dire niente, ma con due occhi penetranti ed intensi. E dopo avermi fissato, voltò le spalle ed andò via, lasciandosi una scia di ghiaccio intorno a se… io cercavo di seguirla, dicendole di fermarsi, chiedendole chi fosse, ma non ricevetti nessuna risposta; la vedevo allontanarsi sempre più all’orizzonte, e mi sforzavo di seguirla, col terreno ghiacciato che pian piano scricchiolava ai miei piedi, finché una voragine non si aprì sul suolo e fui costretto a svegliarmi. Ma la sensazione al risveglio fu diversa da quella di qualsiasi altro sogno avessi fatto prima; stavo tremando, e di freddo, nonostante lo scirocco che da giorni soffiava per i vicoli di Balarm, come se tutto ciò fosse stato reale. Da quel giorno il ricordo di quella donna, o di quell’essere, non so ancora cosa fosse, mi ossessionò. Non sapevo bene che fare, a chi chiedere, finché non mi tornò in mente Jalil Al-Asharí, vecchio protomedico, matematico e astrologo di corte in tempi che ormai parevano remoti. Con cambio di potere avvenuto decenni prima nella mia città, cadde in disgrazia e finì per vivere isolato nei vecchi vicoli nei pressi del porto. Decisi perciò di andarlo a trovare per chiedergli spiegazioni, o se quanto meno avesse mai sentito parlare di qualcosa di simile a ciò che avevo sognato. Mi accolse in casa sua, e la prima cosa che notai era l’enorme quantità di pergamene, scritti e carte all’interno della sua abitazione. In seguito seppi anche che all’interno della casa vi si trovava anche un aleph, ma allora non sapevo neanche di cosa si trattasse. Gli raccontai il mio sogno e subito sgranò gli occhi. “Ragazzo mio, hai sognato di cose pericolose, per quanto seducenti e ammalianti. Cose che riguardano arti arcane, proibite e dimenticate da secoli. E non è prudente andarlo a raccontare in giro; se venissero a saperlo a corte, faresti una brutta fine. Ormai quelli che come me tengono memoria di certe arti e riti, non vengono visti di buon occhio dal regnante, ed è solo questione di tempo prima che si venga cacciati, o peggio, da questo luogo. E pensare che solo qualche decennio fa…” I timori del vecchio erano tutti fondati, ben presto da parte della corona vi fu una campagna repressiva verso coloro che praticavano le arti magiche. Ma di questo non me ne curai, piuttosto, spinto dalla mia curiosità, chiesi al vecchio di insegnarmi tutto quello che sapesse al riguardo sulla magia. Mi prese in simpatia, e accettò di buon grado, spinto anche dalla solitudine in cui l’esilio da corte l’aveva cacciato. Solo e senza nessun figlio o allievo, tutte le sue conoscenze erano destinate a perdersi nell’oblio. “Ti dico subito che qui non apprenderai tutto quello che ti servirà per raggiungere il tuo scopo”, mi disse. “Per farlo dovrai andare verso terre lontane, di cui qui si è persa la memoria. Dovrai raggiungere un luogo remoto chiamato Vana’diel, e il viaggio che lì ti porterà, sarà duro e pieno di pericoli. E comunque non potrai affrontarlo prima di aver raggiunto una certa padronanza delle arti magiche, siine consapevole.” Nonostante le premesse non fossero delle più incoraggianti, non desistetti dalla mia idea, e dissi al vecchio che avrei seguito i suoi insegnamenti.
Apprendere tutte le sue nozioni fu molto duro, ma mi arricchì enormemente, visto che Jalil non di sola magia viveva, ma era anche un estimatore delle scienze e delle altre arti. Mi raccontò della storia di Asterione, la leggenda dei re e dei due labirinti e mi svelò l’esistenza di infinite storie e infiniti racconti per ogni posto di questa terra. Una volta o due mi fece anche dare un’occhiata all’Aleph che si trovava nella sua cantina, ma per pochi secondi, affinché il mio sguardo non si perdesse nell’immensità di quel tutto.
Il mio apprendistato proseguiva, ma proseguiva di pari passo all’odio da parte del regnante nei confronti dei cultori delle vecchie arti mistiche. Ed è qui che arriviamo alla stilo spezzata; quella che una sera trovai tra le dita di uno Jalil sdraiato con la testa china sul tavolo diventato vermiglio, ed uno squarcio alla gola rozzamente eseguito da qualche macellaio dell’esercito regale, gli stessi che dopo il mio ingresso nella casa del vecchio appiccarono il fuoco che avrebbe dovuto distruggere quel che restava del suo appartamento, ormai messo completamente a soqquadro dai soldati alla ricerca di chissà che cosa – se era denaro quel che cercavano, avevano sbagliato obiettivo, Jalil non ne aveva mai avuto oltre a quello per la quotidiana sopravvivenza.
Così mi ritrovai all’interno di una casa in fiamme, con la necessità di dover scappare al più presto; prima però cercai di afferrare quante più pergamene possibili, volevo che almeno parte della sua conoscenza potesse sopravvivergli; non sapendo quali fossero le più importanti agii arbitrariamente, seguendo un rigoroso ordine casuale e sperando nella mia buona sorte, dopo di che corsi verso l’uscita prima che fosse troppo tardi.
Sopravvissuto all’incendio, capii che da quel posto me ne sarei dovuto andare al più presto, ma prima di farlo avrei voluto fare un ultimo regalo ai miei concittadini. Più che di un regalo si trattava di una mia esclusiva vendetta personale, ma non credo che sarei stato l’unico che ne avrebbe beneficiato. Decisi che prima di partire avrei fatto fuori la causa della morte del vecchio, eliminando il bastardo colpevole di tutto. Soltanto che far fuori un sovrano non è una cosa così facile, come tu puoi ben capire. Le mie conoscenze delle arti magiche erano ancora poche ed imperfette, purtroppo Jalil non riuscì a completare i suoi insegnamenti, così dovetti rinunciare all’idea di usarle contro il re. Nel complesso però, non mi ero dimenticato di quel che sapevo riguardo alla polvere pirica; la mia precedente curiosità nei confronti della chimica avrebbe potuto darmi ancora una mano.
Decisi, quindi, che il modo migliore sarebbe stato quello di farlo saltare in aria mentre la sua carrozza avrebbe attraversato il ponte levatoio per recarsi nel cortile interno della fortezza. Non fui il solo a pensare una cosa del genere, perché a quanto pare qualcuno delle lande del nord aveva pensato una cosa simile per eliminare il re del proprio paese, comunque né a lui né a me andò bene. Da quel che ne seppi lui fu catturato e giustiziato, io invece riuscii a fuggire nonostante l’eclatante fallimento del mio piano. A farne le spese furono solamente i cavalli e uno sparuto gruppo di diplomatici in visita alla fortezza della mia città. Da quel giorno, con una condanna capitale sul groppone, non avrei mai più potuto farmi vedere nel mio paese, così corsi il più lontano possibile. Viaggiai per diverse terre e mari, cercando di avvicinarmi sempre più a Vana’diel. Il vecchio Jalil non aveva torto, il viaggio fu davvero lungo, estenuante e pieno di pericoli. Negli anni che mi ci vollero per riuscire a trovare il varco verso Vana’diel, perfezionai le mie tecniche magiche, quel tanto che mi bastò per poter sopravvivere e avvicinarmi sempre più alle arti arcane di cui parlava il mio vecchio maestro. Quando, nel corso della mia fuga, giunsi a Bosphoreion, ricevetti comunque ottime notizie. Anche se non ero riuscito nel mio intento, il re ebbe il fatto suo. Nel setacciare la casa di Jalil, i soldati trovarono e consegnarono al re uno Zahir. E con esso, una serie di disgrazie cui il bastardo coronato non potè sottrarsi, caduto in uno stato contemplativo tale da renderlo né più né meno che un vegetale.”
“Uno Za-che?” – chiese Dattebayo, avvinta dal racconto.
“Lascia stare, qualcosa potenzialmente molto pericoloso, che si insinua nei tuoi pensieri fagocitandoli, e che ti impedisce di pensare ad altro; già il fatto che io te ne stia parlando potrebbe essere pericoloso, se c’è qualcosa che il vecchio Jalil mi ha insegnato è quello di non sottovalutare mai certe cose”
“Va bene, forse è meglio… in fondo sono solo una semplice ladra, questa roba rischia di diventare troppo complicata per me. Comunque, finisci pure la tua storia.”
“C’è poco da continuare. Alla fine dopo anni e anni riuscii a trovare il passaggio per Vana’diel; proseguii il mio vagabondare anche per queste terre, fino a quando sono giunto a Windurst, che ormai considero quanto di più vicino ad una casa possa avere. Lì ho trovato gente come te, Moku, Zabusa, Nymie e tutti gli altri. Direi che anche voi contribuite nel fare di Windurst una casa.”
“Beh, - fece Datte, agitando la bottiglia ormai vuota – la storia s’è fatta ben raccontare davvero, il vino è finito e la nave sta attraccando in porto. E guarda un po’ chi c’è laggiù in attesa di imbarcarsi? È Zabu!”
I due si diressero verso l’amico, che aveva evidentemente lasciato a riposare il chocobo, e salutandolo gli proposero di rimandare il proprio viaggio per rientrare a Windurst tutti insieme. Zabusa accettò di buon grado, e li seguì nel loro viaggio verso sud.
“Allora, vi come va la vita, ragazzi?” – chiese al mago ed alla ladra dagli occhi azzurri
“Non c’è male, Zabu; – rispose Datte – ho appena finito di ascoltare una storia mooolto lunga”
“Già – fece di rimando, Robencrantz – ma visto che c’è ancora tempo prima di arrivare a windurst, adesso vorrei essere io ad ascoltare una storia. Chi comincia?”
I tre si misero in marcia verso la loro città, e tra le risate e gli schiamazzi, le gole del canyon di Tahrongi risuonarono delle avventure dei compagni di avventura del mago rosso giunto da lontano.
Fine?