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Visualizza la versione intera : [Luuuuuuuungoooo]Le origini dei Night Guardians. Capitolo I - Robencrantz


Rob Threepwood
06-06-2005, 19:55
Premessa... il post non sarà lungo... di più, sarà di dimensioni a dir poco Siffrediane :P

In secondo luogo... io l'ho iniziata a mo' di "racconto", ma ovviamente chiunque può scrivere le origini del proprio personaggio come più gli aggrada :) (anche in braile, se ci riesce :) )

Poi... il racconto è terribilmente lungo, quindi non so se vi convenga leggere fino in fondo :P
(è inutile che cercate di fare i furbi... la parte dove vi insulto uno per uno l'ho messa al centro, così anche se saltate alla fine non ve ne accorgete :D :D :D)

Il finale ovviamente è aperto alla narrazione di altre origini... se volete approfittarne per aggancarvi, fate pure... tanto come ho già datto, secondo me va bene qualsiasi tipo di origini vogliate raccontare, in qualsiasi modo o forma :) (scritto sui rotoli di carta igienica non vale, che qui sul forum non si possono allegare :P :)

Detto questo, buon (????) proseguimento, o temerari sventurati :)

Robencrantz fissò pensieroso l’orizzonte dalla prua della nave; immerso nei suoi pensieri e con lo sguardo teso verso il grigio infinito che sembrava avvolgerlo assieme al resto dell’imbarcazione, si trovava sulla via del ritorno verso quella che ormai aveva imparato a chiamare casa. La tramontana che spazzava prepotentemente il ponte, più gelida e tagliente dei pugnali dei Goblin affrontati nel corso delle sue traversie, sembrava essere lì per continuare l’opera degli avversari affrontati finora; a causa del freddo, dei piccoli tagli cominciavano a comparire sul suo viso, ma Robencrantz non sembrò neanche accorgersene, quasi paralizzato dal freddo e dai suoi pensieri, riuscì a malapena a sentire una lieve sensazione di bruciore sulle sue guance.

Non sembrava essersi reso conto neanche della pioggia leggera che da qualche minuto era cominciata a cadere sul ponte; immerso nel gelido grigiore quasi spettrale di quel paesaggio, si era ormai inoltrato verso la strada del ricordo.

Quando giunse alle dune, non gli era mai passato per la testa che avrebbe potuto provare qualcosa che neanche lui avrebbe saputo come definire, ma che ricordava pericolosamente un misto di nostalgia e malinconia. Lui, che aveva odiato fin dal primo momento quel posto, si ritrovò a chiedersi cosa avrebbe fatto ora che questa sorta di viaggio di iniziazione stava volgendo verso la sua naturale conclusione.

Ma non era la paura del futuro ancora ignoto che gli si sarebbe dispiegato davanti da quel momento in poi, quanto piuttosto la sensazione di allontanarsi da qualcosa che in qualche modo l’aveva inchiodato di fronte alle proprie radici.

Fin da quando aveva messo piede al porto di Selbina, aveva manifestato una sorta di fastidio nell’attraversare quelle lande, e la visione delle dune lo fece sprofondare in uno stato di malinconica rassegnazione. Odiava il caldo di quel deserto e i mostri che lo abitavano, ma ancora di più ne odiava la sabbia. Non l’aveva mai sopportata; considerava quel pulviscolo invadente come una delle più fastidiose seccature cui potessero sottoporlo, e quella delle dune non era da meno. Anzi, il suo biancore opalescente che, riflettendo i raggi di un sole impietoso, illuminava la zona di una luce accecante, la rendeva ancora più insopportabile ai suoi occhi.

Eppure, adesso nei suoi pensieri non riusciva a trovare traccia delle sensazioni di fastidio che il varcare quelle lande aride gli procurava: nonostante tutto, infatti, i colori caldi di Selbina, così lontani nel freddo glaciale che aveva avvolto la nave, gli ricordavano gli stessi colori caldi della sua terra; del luogo in cui aveva vissuto in un passato che ormai sembrava remoto e da cui la sorte e la sua curiosità lo spinsero via molti anni addietro, vagando per il continente per anni prima di trovare un luogo che avrebbe potuto chiamare casa, sebbene, a volte, Windurst fosse quanto di più lontano potesse esserci dalla sua patria precedente. Tanto tranquilla e pacifica era Windurst, tanto affollata e caotica era la sua Balarm, costante brusio di voci dai mille toni e accenti, che si radunavano intorno ai tanti mercati della città.

La pioggia si era infittita sempre più, fino a diventare un vero e proprio acquazzone, ma perso nei suoi pensieri, sembrava non essersene reso conto, o forse l’essersi rifugiato nel ricordo del sole che riscaldava le oziose giornate primaverili nella sua vecchia città, era il suo modo di esorcizzare quel freddo cui mai era riuscito ad adattarsi del tutto. Nonostante il suo nome potesse tradire appartenenze nordiche, Robencrantz era quanto di più diverso da ciò potesse esserci, e il sangue che tenuemente sgorgava (sebbene già si stesse coagulando, tanto poco profondi erano i tagli) dalle sue guance che, avvezze al calore della sua terra, non si erano mai abituate del tutto ad un certo tipo di freddo, ne era una prova.

All’inizio non sentì neanche la sua voce, ma quando sentì il suo braccio posarsi sulla sua spalla, si accorse che accanto a lui, chissà da quanto tempo, c’era Dattebayo, una Mithra che aveva conosciuto proprio lì alle dune, e con cui aveva svolto gran parte del viaggio di iniziazione.

“Torniamo dentro, che qui a momenti sta cadendo giù l’intero cielo… – disse lei – e poi può essere rischioso, ultimamente su questa rotta ci sono stati diversi assalti da parte dei pirati.”

“I pirati… un tempo avrei anche potuto scegliere quella via” – fece quasi impercettibilmente lui, come se stesse parlando con sé stesso invece che con la Mithra.

I due rientrarono sottocoperta, col resto della ciurma e dei passeggeri di quella nave – ben pochi, a dire il vero – compagni improvvisati del loro ritorno.

“Saresti voluto diventare un pirata?”, chiese la Mitrha, mentre i suoi occhi azzurri scrutavano curiosi il volto di Robencrantz per riuscire a capire se stesse dicendo sul serio o scherzasse come suo solito.

Prima di rispondere, fece passare qualche secondo, le si sedette accanto e poggiò la testa contro la trave di legno alle sue spalle. Chiuse gli occhi e cominciò a formulare la risposta, cercando di vincerne l’incredulità. “Sì, l’idea di andarmene per mare mi affascinava non poco. Vivevo su un’isola prima di giungere a Windurst, e capirai che di mare ce n’era in abbondanza; abbastanza da riempire qualsiasi fantasia di bambino o smania d’avventura adolescenziale che sia; abbastanza da farti restare quanto ti pare su uno scoglio al tramonto e dar sfogo a qualsiasi tuo pensiero, contemplativo, mistico, metafisico o cialtrone che fosse. E lasci che il sogno prenda il sopravvento, che le lenzuola stese ad asciugare tra i vicoli del porto siano il veliero che ti porterà via verso mari misteriosi e lande inesplorate, guidato da quello stesso scirocco che le gonfia maestoso e indifferente alle nostre vite, stancante come solo lo scirocco sa essere, ma la cosa che più desideri in quel momento è che ti porti via con se, a scoprire nuovi posti, a vedere se da qualche parte c’è qualcuno seduto su un altro scoglio a godersi un altro tramonto – chissà se uguale o diverso da quelli che hai sempre visto – che fissa l’orizzonte con la tua stessa brama di avventure. E allora, se di avventure hai voglia, perché non tentare la strada della pirateria? E poi… e poi… e poi cresci, lo scoglio lo vedi sempre più di rado, i tuoi sogni di libertà e pirateria lasciano il posto ad altre preoccupazioni; la tua curiosità si rivolge altrove… e un giorno che le tue traversie in giro per il mondo ti ci spingono davvero, ti ritrovi a pensare a quello che poteva essere e non è stato. Tipica crisi di mezz’età precoce, direbbe qualcuno. O tarda sindrome di Peter Pan, potrebbe anche essere”.

La Mithra s’era lasciata prendere dal tono pacato e mellifluo della risposta di Robencrant, e la stanchezza accumulata negli ultimi giorni di combattimento, fece il resto. Si sdraiò sulla stiva maledicendo il costruttore di simili navi da trasportò, e prima di riposarsi, disse “Chissà se quando attraccheremo troveremo Zabusa in città, o se sarà già ripartito per La Thiene…”

“Non so – rispose lui – Sicuramente possedere un chocobo lo facilità non poco negli spostamenti. Ne avessi uno anch’io…”

La stanchezza del viaggio colse anche lui, e seguendo l’esempio della Mithra, si sdraiò sul legno della stiva, sperando di risvegliarsi in prossimità della meta, chiedendosi chi del gruppo di amici avrebbe ritrovato in città. Col passare del tempo, da quando era approdato a Windurst per la prima volta, aveva conosciuto sempre più persone, e quasi tutti avventurieri come lui; alla naturale nascita di una sorta di fraternità con loro, faceva da contraltare una vera e propria diaspora che vedeva tutti in giro per il mondo in cerca di avventure. Ritrovarsi tutti in città era da considerare un evento di portata non trascurabile, e la probabilità di trovare Zabusa ancora in città era alquanto remota.

Il sonno di Robencrantz fu interrotto qualche ora più tardi dal movimento della coda della Mithra sdraiata poco distante, evidentemente in preda a qualche sogno movimentato. Sebbene fosse passato già un po’ di tempo da quando giunse per la prima volta a Windurst, ancora non si era abituato del tutto alle sue stranezze e alle tante razze che la popolavano. Prima di allora non aveva mai incontrato un Tarutaru, la comunità più vasta dell’intera città, né tantomeno una Mithra. L’impatto fu quasi devastante, visto l’accento fastidioso ed irritante della maggior parte dei Taru – non tutti, per fortuna, sembravano parlare in quel modo, comunque – ma non fu difficile abituarsi. Anzi, con la loro bassa statura e i loro modi buffi, non potevano non risultare simpatici; inoltre possedevano uno straordinario talento per le arti magiche; talento che Robencrantz non potè mai fare a meno di invidiare. Le Mithra invece erano ancora più strane ai suoi occhi; non aveva mai incontrato qualcosa di simile a queste donne dalle fattezze feline durante tutti i suoi viaggi precedenti, ma c’era qualcosa in loro che lo attirava parecchio; in particolare, quella Nanaa Migho, una ladra molto nota lì a windurst, l’aveva affascinato non poco.

Ormai sveglio, si diresse verso il ponte, giusto in tempo per ammirare il sole che pigramente cominciava a salire nel cielo. Sembravano ormai essersi lasciati dietro da diverse ore la pioggia incessante della notte prima, e sebbene il clima non fosse certo tiepido, non si gelava come la sera precedente. Si affacciò alle balaustre del ponte, e in lontananza cominciò a vedere la sagoma inconfondibile della costa di Windurst.

“Casa”, pensò.

Non passò molto prima che anche Dattebayo si svegliasse e lo raggiungesse sul ponte.

“Sembra che finalmente si sia deciso ad affacciare un po’ di sole. Manca davvero poco all’attracco, credo.”

“Già” fece Robencrantz annuendo.

“Beh, visto che abbiamo ancora un po’ di tempo – disse la Mithra – beh… insomma, ti andrebbe di raccontare un po’ come sei arrivato qui a Vana’diel?”

Il mago continuò a fissare l’orizzonte pensieroso, e dopo qualche minuto cominciò a formulare la sua risposta. “Come ci sono arrivato… con un sogno, una stilo spezzata ed una condanna a morte.”

“Come?” fece lei confusa.

“È una lunga storia – disse – lunga e confusa, temo. Credo che comunque, da qui al nostro arrivo, riuscirò a raccontarla tutta. Però forse è meglio che sfrutti le tue doti da ladra per prendere in prestito una delle bottiglie che stanno nella stiva, e chissà che la storia non si lasci meglio raccontare…”

La Mithra, curiosa di sentire il racconto e desiderosa di continuare il proprio allenamento ladronesco, aderì di buon grado alla proposta, e corse subito alla volta della stiva. Dopo qualche minuto tornò con una delle migliori bottiglie di rosso.

“Ottimo – le disse – certo, dovremmo accontentarci di bere direttamente dalla bottiglia, ma non si può pretendere tutto”

“Per chi mi hai preso? – fece stizzita Datte – Sono una ladra di un certo livello, io” e detto questo tirò fuori dalla sua bisaccia una coppia di bicchieri.

“Beh, ma questo è ancora meglio di quel che potessi aspettarmi. – disse il mago versando il contenuto delle bottiglie nei due bicchieri – Beh, a questo punto devo proprio iniziare la storia. Come ti ho detto, tutto iniziò con un sogno. Come spesso accade, del resto. Le fantasie piratesche erano finite da tempo, e allora il mio interesse principale si era spostato verso la tecnologia e la scienza. Finché un giorno feci uno strano sogno. Una donna dalla pelle celeste, dallo sguardo glaciale, che mi fissava dall’alto, sospesa a mezz’aria, senza dire niente, ma con due occhi penetranti ed intensi. E dopo avermi fissato, voltò le spalle ed andò via, lasciandosi una scia di ghiaccio intorno a se… io cercavo di seguirla, dicendole di fermarsi, chiedendole chi fosse, ma non ricevetti nessuna risposta; la vedevo allontanarsi sempre più all’orizzonte, e mi sforzavo di seguirla, col terreno ghiacciato che pian piano scricchiolava ai miei piedi, finché una voragine non si aprì sul suolo e fui costretto a svegliarmi. Ma la sensazione al risveglio fu diversa da quella di qualsiasi altro sogno avessi fatto prima; stavo tremando, e di freddo, nonostante lo scirocco che da giorni soffiava per i vicoli di Balarm, come se tutto ciò fosse stato reale. Da quel giorno il ricordo di quella donna, o di quell’essere, non so ancora cosa fosse, mi ossessionò. Non sapevo bene che fare, a chi chiedere, finché non mi tornò in mente Jalil Al-Asharí, vecchio protomedico, matematico e astrologo di corte in tempi che ormai parevano remoti. Con cambio di potere avvenuto decenni prima nella mia città, cadde in disgrazia e finì per vivere isolato nei vecchi vicoli nei pressi del porto. Decisi perciò di andarlo a trovare per chiedergli spiegazioni, o se quanto meno avesse mai sentito parlare di qualcosa di simile a ciò che avevo sognato. Mi accolse in casa sua, e la prima cosa che notai era l’enorme quantità di pergamene, scritti e carte all’interno della sua abitazione. In seguito seppi anche che all’interno della casa vi si trovava anche un aleph, ma allora non sapevo neanche di cosa si trattasse. Gli raccontai il mio sogno e subito sgranò gli occhi. “Ragazzo mio, hai sognato di cose pericolose, per quanto seducenti e ammalianti. Cose che riguardano arti arcane, proibite e dimenticate da secoli. E non è prudente andarlo a raccontare in giro; se venissero a saperlo a corte, faresti una brutta fine. Ormai quelli che come me tengono memoria di certe arti e riti, non vengono visti di buon occhio dal regnante, ed è solo questione di tempo prima che si venga cacciati, o peggio, da questo luogo. E pensare che solo qualche decennio fa…” I timori del vecchio erano tutti fondati, ben presto da parte della corona vi fu una campagna repressiva verso coloro che praticavano le arti magiche. Ma di questo non me ne curai, piuttosto, spinto dalla mia curiosità, chiesi al vecchio di insegnarmi tutto quello che sapesse al riguardo sulla magia. Mi prese in simpatia, e accettò di buon grado, spinto anche dalla solitudine in cui l’esilio da corte l’aveva cacciato. Solo e senza nessun figlio o allievo, tutte le sue conoscenze erano destinate a perdersi nell’oblio. “Ti dico subito che qui non apprenderai tutto quello che ti servirà per raggiungere il tuo scopo”, mi disse. “Per farlo dovrai andare verso terre lontane, di cui qui si è persa la memoria. Dovrai raggiungere un luogo remoto chiamato Vana’diel, e il viaggio che lì ti porterà, sarà duro e pieno di pericoli. E comunque non potrai affrontarlo prima di aver raggiunto una certa padronanza delle arti magiche, siine consapevole.” Nonostante le premesse non fossero delle più incoraggianti, non desistetti dalla mia idea, e dissi al vecchio che avrei seguito i suoi insegnamenti.

Apprendere tutte le sue nozioni fu molto duro, ma mi arricchì enormemente, visto che Jalil non di sola magia viveva, ma era anche un estimatore delle scienze e delle altre arti. Mi raccontò della storia di Asterione, la leggenda dei re e dei due labirinti e mi svelò l’esistenza di infinite storie e infiniti racconti per ogni posto di questa terra. Una volta o due mi fece anche dare un’occhiata all’Aleph che si trovava nella sua cantina, ma per pochi secondi, affinché il mio sguardo non si perdesse nell’immensità di quel tutto.

Il mio apprendistato proseguiva, ma proseguiva di pari passo all’odio da parte del regnante nei confronti dei cultori delle vecchie arti mistiche. Ed è qui che arriviamo alla stilo spezzata; quella che una sera trovai tra le dita di uno Jalil sdraiato con la testa china sul tavolo diventato vermiglio, ed uno squarcio alla gola rozzamente eseguito da qualche macellaio dell’esercito regale, gli stessi che dopo il mio ingresso nella casa del vecchio appiccarono il fuoco che avrebbe dovuto distruggere quel che restava del suo appartamento, ormai messo completamente a soqquadro dai soldati alla ricerca di chissà che cosa – se era denaro quel che cercavano, avevano sbagliato obiettivo, Jalil non ne aveva mai avuto oltre a quello per la quotidiana sopravvivenza.

Così mi ritrovai all’interno di una casa in fiamme, con la necessità di dover scappare al più presto; prima però cercai di afferrare quante più pergamene possibili, volevo che almeno parte della sua conoscenza potesse sopravvivergli; non sapendo quali fossero le più importanti agii arbitrariamente, seguendo un rigoroso ordine casuale e sperando nella mia buona sorte, dopo di che corsi verso l’uscita prima che fosse troppo tardi.

Sopravvissuto all’incendio, capii che da quel posto me ne sarei dovuto andare al più presto, ma prima di farlo avrei voluto fare un ultimo regalo ai miei concittadini. Più che di un regalo si trattava di una mia esclusiva vendetta personale, ma non credo che sarei stato l’unico che ne avrebbe beneficiato. Decisi che prima di partire avrei fatto fuori la causa della morte del vecchio, eliminando il bastardo colpevole di tutto. Soltanto che far fuori un sovrano non è una cosa così facile, come tu puoi ben capire. Le mie conoscenze delle arti magiche erano ancora poche ed imperfette, purtroppo Jalil non riuscì a completare i suoi insegnamenti, così dovetti rinunciare all’idea di usarle contro il re. Nel complesso però, non mi ero dimenticato di quel che sapevo riguardo alla polvere pirica; la mia precedente curiosità nei confronti della chimica avrebbe potuto darmi ancora una mano.

Decisi, quindi, che il modo migliore sarebbe stato quello di farlo saltare in aria mentre la sua carrozza avrebbe attraversato il ponte levatoio per recarsi nel cortile interno della fortezza. Non fui il solo a pensare una cosa del genere, perché a quanto pare qualcuno delle lande del nord aveva pensato una cosa simile per eliminare il re del proprio paese, comunque né a lui né a me andò bene. Da quel che ne seppi lui fu catturato e giustiziato, io invece riuscii a fuggire nonostante l’eclatante fallimento del mio piano. A farne le spese furono solamente i cavalli e uno sparuto gruppo di diplomatici in visita alla fortezza della mia città. Da quel giorno, con una condanna capitale sul groppone, non avrei mai più potuto farmi vedere nel mio paese, così corsi il più lontano possibile. Viaggiai per diverse terre e mari, cercando di avvicinarmi sempre più a Vana’diel. Il vecchio Jalil non aveva torto, il viaggio fu davvero lungo, estenuante e pieno di pericoli. Negli anni che mi ci vollero per riuscire a trovare il varco verso Vana’diel, perfezionai le mie tecniche magiche, quel tanto che mi bastò per poter sopravvivere e avvicinarmi sempre più alle arti arcane di cui parlava il mio vecchio maestro. Quando, nel corso della mia fuga, giunsi a Bosphoreion, ricevetti comunque ottime notizie. Anche se non ero riuscito nel mio intento, il re ebbe il fatto suo. Nel setacciare la casa di Jalil, i soldati trovarono e consegnarono al re uno Zahir. E con esso, una serie di disgrazie cui il bastardo coronato non potè sottrarsi, caduto in uno stato contemplativo tale da renderlo né più né meno che un vegetale.”

“Uno Za-che?” – chiese Dattebayo, avvinta dal racconto.

“Lascia stare, qualcosa potenzialmente molto pericoloso, che si insinua nei tuoi pensieri fagocitandoli, e che ti impedisce di pensare ad altro; già il fatto che io te ne stia parlando potrebbe essere pericoloso, se c’è qualcosa che il vecchio Jalil mi ha insegnato è quello di non sottovalutare mai certe cose”

“Va bene, forse è meglio… in fondo sono solo una semplice ladra, questa roba rischia di diventare troppo complicata per me. Comunque, finisci pure la tua storia.”

“C’è poco da continuare. Alla fine dopo anni e anni riuscii a trovare il passaggio per Vana’diel; proseguii il mio vagabondare anche per queste terre, fino a quando sono giunto a Windurst, che ormai considero quanto di più vicino ad una casa possa avere. Lì ho trovato gente come te, Moku, Zabusa, Nymie e tutti gli altri. Direi che anche voi contribuite nel fare di Windurst una casa.”

“Beh, - fece Datte, agitando la bottiglia ormai vuota – la storia s’è fatta ben raccontare davvero, il vino è finito e la nave sta attraccando in porto. E guarda un po’ chi c’è laggiù in attesa di imbarcarsi? È Zabu!”

I due si diressero verso l’amico, che aveva evidentemente lasciato a riposare il chocobo, e salutandolo gli proposero di rimandare il proprio viaggio per rientrare a Windurst tutti insieme. Zabusa accettò di buon grado, e li seguì nel loro viaggio verso sud.

“Allora, vi come va la vita, ragazzi?” – chiese al mago ed alla ladra dagli occhi azzurri

“Non c’è male, Zabu; – rispose Datte – ho appena finito di ascoltare una storia mooolto lunga”

“Già – fece di rimando, Robencrantz – ma visto che c’è ancora tempo prima di arrivare a windurst, adesso vorrei essere io ad ascoltare una storia. Chi comincia?”

I tre si misero in marcia verso la loro città, e tra le risate e gli schiamazzi, le gole del canyon di Tahrongi risuonarono delle avventure dei compagni di avventura del mago rosso giunto da lontano.



Fine?

]Alpha[
07-06-2005, 08:38
*Applausi*

Veramente molto bella Rob!
Stasera che torno a casa prima da lavoro, provo a scrivere la mia ^^

Rob Threepwood
07-06-2005, 11:38
Grazie grazie :timido: (misc.php?do=getsmilies&wysiwyg=1&forumid=0#) :cool:
beh, a 'sto punto non vedo l'ora di leggere i prossimi capitoli della saga :)
(per i Trash Guardian... (cioè, Zabu :P) ho detto sAga, specifichiamo :P :D )

Falnas
07-06-2005, 12:38
nato da una famiglia di Bastok e residente per i primi anni della sua vita a San D'Oria, Falnas ammirò sempre le gesta dei grandi guerrieri e imparò ad usare la spada per imitare gli eroi del passato. il padre era un fabbro umano, e raccontava sempre le sue avventure per vana'diel, la guerra contro gli uomini bestia, la vita da guerriero a Valkurum e le nobili gesta da piccolo soldato di bastok. la madre invece era una elvaan che viveva a Mhaura assieme alle mithra e i taru, amava molto il mare e molte volte si recò a selbina per concludere affari con i mercanti locali. La vita di Falnas cambiò quando gli uomini bestia invasero il mondo e dovette combattere in giovane età nella nuova residenza, San D'Oria, per la sua soppravvivenza e quella altrui. Vide suo padre morire nel campo di battaglia dalle mura mentre i mostri si preparavano all'assedio del grande castello che iniziava a decadere giorno dopo giorno, la madre in preda al panico scappò verso mhaura; ma nessuno sa se ci sia arrivata. Durante l'assalto il povero Falnas e un piccolo manipolo di soldati fu costretto a fuggire anch'esso verso terre più sicure, e tra mille pericoli, combattimenti, ferite, morti e macerie; raggiunse la regione Gustaberg. Rimase affascinato da quel deserto che ci rimase per molto, ma la lealtà dei suoi compagni, era molto poca, infatti lo abbandonarono lasciandolo in preda alla morte e al freddo vendo delle terre abbandonate. Vagava senza meta, confuso, frustrato, a un passo dalla morte vide un sogno. Una mithra si avvicinò a lui, era una paladina di windurst, gli chiese qualcosa, ma il moribondo non riusciva più a distinguere il mondo reale dall'aldilà. Essa tentò di tutto per farlo tornare in vita; alla fine provò con un sacrilegio, baciò Falnas con intensità e si risvegliò lentamente come se si fosse risvegliato da un lungo sonno su un letto regale. la paladina lo salutò e gli disse che stava morendo e lo aveva salvato, lo stupore dominava nella mente del rinato e non riuscì a trattenere una domanda:"Come mai una mithra si spinge così lontano? cosa vi ha spinto in questi deserti senza vita?" era allegra, il suo sorriso era come l'acqua nel deserto, era anche allo stesso tempo pensierosa e non sembrava curarsi di lui:"Ho compiuto un grande sacrilegio per voi... con questo atto é come se avessi abbandonato l'ordine dei paladini. grande é il dolore, grande l'amore per voi, un amore a prima vista credo, eppure sono sconcertata dalla mia stessa mente, che ama, e soffre allo stesso tempo. troverò la pace?" Falnas guardò il suo viso, incantato dalla sua bellezza che le lacrime esaltavano sempre più, non riuscì a trattenersi:"Ho sempre ammirato voi paladini, non dovevate resuscitarmi... potevate lasciarmi morire, non volevo farla soffrire" La discussione fu molto lunga e i due si legarono vivendo insieme. Ma la guerra, li separò.
Lei partì per una terra lontana, forse Windurst, e non tornò più. Falnas disperato si unì ad un piccolo gruppo che si dirigeva nella terra dei tarutaru e delle mithra, sperando di trovare il suo amore perduto. Ancora adesso cerca la sua amata per Vana'Diel, e ogni conquista é per lei, per il suo coraggio, per il suo amore.


Falnas Esteltar
Memorie di Falnas - Parte I

Mirddin
07-06-2005, 13:02
Molto bella! Complimentoni! Probabilmente in un'altra vita troverò il momento di scrivere la mia ;)

Rob Threepwood
07-06-2005, 13:15
grazie, grazie :)
Ma ovviamente non è obbligatorio fare un "romanzo epico" come il sottoscritto ^^; (che ci volete fare... amo essere prolisso :P)

Basta un semplice racconto, volendo anche delle dimensioni bonsai della prima parte delle origini di Falnas ;) (lo so che poi continuerai a scriverle, era per dire che comunque ognuno può farlo come meglio crede :) )

Falnas
07-06-2005, 13:54
preparatevi a un racconto corto ma complesso da capire, pieno di mescolanze, intrighi, amori perduti e vicende di avventura! (sembra la locandina di un film :D)

ho appena finito di scriverla, spero che vi piaccia!

Buona lettura

]Alpha[
07-06-2005, 15:49
Bellino Falnas ^^ Bravo ^^
Un unico dubbio mi pervade e mi turba :

Ma di notte fai sogni erotici sulle Mithra???

E che cacchio... sembri un allupato quando vedi una Mithra :P

Falnas
07-06-2005, 15:53
Alpha[']
Ma di notte fai sogni erotici sulle Mithra??? E che cacchio... sembri un allupato quando vedi una Mithra :P

i sogni non li ho ancora avuti... per vostra fortuna. sono allupato quando vedo una mithra/paladin ^^
sbav... sbav... sbav...

Arzel
07-06-2005, 17:06
Complimenti per le storie :):

Appena troverò un pò d itempo sccriverò la mia cmq avviso subito che voglio darle un'atmosfera molto dark (forse rileggere qualche volumetto di Berserk mi ha spinto a quest'idea :gh: )
Cmq devo prima rispondere al Moogle's Game e poi preparerò il racconto che purtroppo non so dirvi quanto uscirà lungo, dipende dalle ideee che mi verranno:wink:

Falnas
07-06-2005, 18:19
si! finalmente qualcosa di oscuro! aspetto ansiosamente ^^

Rob Threepwood
07-06-2005, 19:42
Alpha[']Un unico dubbio mi pervade e mi turba :

Ma di notte fai sogni erotici sulle Mithra???


ROTFL :) Me lo sono chiesto anch'io :)
E poi... a dirla tutta, leggendo mi è venuto in mente Supergiovane che aiuta l'amico catoblepa ("Il fluido della mia mano ti guarirà" "Ahhhhhh") :D

Comunque... che ci vuoi fare... le Mithra sono delle belle gattone :) (e diciamocelo... ti immagineresti invece una galka donna? :P )

Arzel
07-06-2005, 19:44
Quella notte Arzel non riusciva a dormire, era sdraiato sul freddo pavimento della sua Mog House a Windurst.
Pensò che forse era il momento di comprarsi un letto ma sapeva che stava solo ironizzando cercando di dimenticare l’incubo che aveva appena fatto, non c’erano neanche i suoi compagni con cui passare il tempo e il ricordo dell’incubo si stava facendo sempre più insistente.
Era tutto in fiamme, gente che scappava, intorno si udivano solo le grida delle donne e i pianti dei bambini, stranamente non riusciva a reagire, le gambe erano come paralizzate di fronte a quella scena, come se l’esperienza in combattimento che aveva fatto in quei giorni non ci fosse mai stata; all’improvviso un ombra si avvicinò e fu quel momento in cui si svegliò accorgendosi di essere in quel posto che adesso chiamava casa.
Presagio di un prossimo futuro o ricordi del passato…nemmeno Arzel sapeva darsi una risposta o, forse, non voleva.
Era tormentato, si agitava e sentiva dentro di sé un dolore atroce, come se qualcuno stesse girando la lama fredda di un pugnale in una sua ferita, alla fine si dovette arrendere e i ricordi riaffiorano nella sua memoria, ricordi che voleva dimenticare.
Era figlio unico di una famiglia di allevatori di un piccolo villaggio , ormai scomparso dalle mappe di Vana’Diel, dove tutti erano concentrati solo sul duro lavoro e alla propria famiglia; nessuno si sarebbe aspettato ciò che sarebbe accaduto.
Compiva sei anni quando avvenne il fatto, i suoi gli avevano fatto una gran festa per festeggiare anche il buon raccolto che aveva accolto il villaggio, infatti era un giorno di festa e tutti pensavano che non sarebbe che potuto migliorare…ma si sbagliavano.
Le regioni vicine erano avvelenate da una guerra contro gli uomini-bestia ma nel villaggio nessuno sapeva niente poiché erano mesi che nessuna arrivava dalle città a portar loro notizie; per loro era come un piccolo paradiso in terra e in quel giorno, dove la gioia dei paesani era all’apice, diventò il loro inferno.
Gli uomini-bestia stavano vincendo e ormai erano alle porte del villaggio, attiratti anche delle luci e dalle urla di gioia per la festa, videro in quel piccolo villaggio un posto in cui potevano anche loro divertirsi, a modo loro però.
Arzel stava ancora dormendo quando sentì le braccia della madre scuoterlo per svegliarlo, non dolcemente com’era suo solito ma in modo nervoso e violento, aprì gli occhi e vide il viso della madre coperto dalla fuliggine e solcato dalle lacrime, lo prese in braccio e si diressero verso le stalle.
Lì vide suo padre che stava preparando Scheggia, il chocobo più veloce del villaggio, e lo sentiva urlare: “Salite! Salite! Andate subito via da qui! Allontanatevi il più possibile e non preoccupatevi di me!”.
Dette queste parole diede un colpo al Chocobo, prese un forcone e corse subito verso gli altri uomini, tutti consci che stavano andando verso la morte ma pronti a sacrificarsi pur di dare un barlume di salvezza per le mogli e i loro figli, in cui riponevano il loro futuro e speranze.
Arzel si aggrappò forte al collo dell’animale, sentendosi le sottili braccia della madre che tenevano lui e le redini, uscirono dalla stalla e si accorse di ciò che stava succedendo, ormai con la mente lucida dal sonno interrotto.
Le case bruciavano, intorno altre donne con in braccio il loro bambino fuggivano, chi era fortunato scappava con il proprio destriero ma molti dovevano usare le loro gambe e chi era più sfortunato veniva colpito da una delle frecce che gli orchi si divertivano a lanciare. A terra corpi di donne e bambini, in cui nei volti straniti dal terrore riconosceva i suoi compagni di giochi fino a poche ora fa, colto dall’orrore girò la testa e vide ciò che stava succedendo alle loro spalle; gli orchi sbaragliavano come niente i blocchi che avevano posto gli uomini usando i loro mobili, e con la setssa facilità spazzavano via gli uomini che gli andavano incontro, non sapeva più dove guardare e preferì chiudere gli occhi.
Passarono pochi istanti, le urla non si sentivano più e il caldo che lo soffocava era scomparso come la stretta della madre, era solo, il chocobo senza nessuno che lo guidasse aveva seguito il suo istinto e cercato il luogo secondo lui più sicuro.
Si trovavano su un sentiero di montagna abbastanza lontani da non essere notati dal villaggio ma abbastanza vicini per vedere il grottesco spettacolo messo in scena dagli orchi.
Esibivano le teste delle persone che avevano ucciso, come se fosse stata una gara, e tutti si erano messi in cerchio intorno al villaggio come se stessero intorno a un falò di un loro accampamento ammirando come brucciavano le case e i corpi della gente che avevano trucidato.
Le lacrime che non avevano avuto il tempo di uscire iniziarono a sgorgare copiosamente dal volto del bambino tanto che la sua cavalcatura capì la situazione e si allontanò ulteriormente dal luogo della tragedia.
Passarono giorni ma intorno era tutto deserto, molti dei villaggi vicini avevano subito la stessa sorte e ormai il chocobo non sapeva più dove andare, dove erano passati gli orchi era tutto inaridito, i fiumi erano stati prosciugati con dighe che avevano creato gli uomini-bestia per rendere difficile la rinascita di una vita in quei luoghi.
I giorni continuarono a passare e alla fine anche il destriero cadde stremato, anche Arzel avrebbe preferito ormai fasciarsi morire ma dentro di sé sentiva come una voce che gli diceva di continuare.
Si rialzò e s’incamminò, gli dispiaceva lasciare lì l’animale che aveva imparato a conoscere fin dalla più tenera età ma soprattutto gli dispiaceva di non poter più versare neanche una lacrima per lui ma le scene degli ultimi giorni avevano ormai asciugato anche quelle.
Iniziò a camminare senza una meta ma era ancora un bambino e sotto quel sole non riuscì a fare che pochi kilometri, stanco e affamatto si sdraiò sulla nuda terra e chiuse gli occhi aspettando che il fato decidesse le sue sorti.
E fu quel che avenne; al suo risveglio si ritrovò sotto morbide coperte tanto che pensò che fosse stato tutto un incubo ma si accorse che quella non era la sua stanza, si guardò intorno e si accorse di essere in una specie di tenda, non come quella che usava con gli amici ma molto più grande.
Provò ad alzarsi ma gli mancavano ancora le forze fu allora che notò un ombra da fuori, non era umana ma non sembrava neanche uno degli uomini bestia che aveva attaccato il suo villaggio, non sapeva che fare ma sentiva che non doveva preoccuparsi.
La figura spostò il telo ed entrò.
Arzel notò che era una figura femminile ma aveva elementi tipici dei gatti, avrebbe avuto delle domande che avrebbe voluto fare ma vide il vassoio che avevava in mano, sollevò la schiena come se avesse ritrovato le forze e si avvinghiò sul cibo che la strana creatura le aveva portato.
Finito il pasto crollò di nuovo a letto la creatura si sedette al suo fianco e iniziò a parlargli:
"Avevi fame, eh. Sei fortunato che stavamo passando da quelle parti, eri pelle e ossa e sei stato convalescente per quasi una settimana."
Con un filo di voce chiese: "Chi sei? Cosa sei?"
"Ti pare questo il modo di rivolgerti a chi ti ha salvato? Ti abbbiamo dato un letto e nutrito mentre eri convalescente e te ti rivolgi a me così?!?!?"
Arzel pensò di averla combinata grossa e nascose parte del volto sotto le coperte per la vergogna.
La creatura si mise a ridere e gli accarezzò i capelli, “Suvvia scherzavo. Quelli della mia razza non si vedono molto in questa regione quindi è logico che tu non sappia di noi. Mi presento, io sono una mitra, mi chiamo Saha Rafiji e come tutti quanti qui sono una ladra. Te invece chi sei?”
Il bambino stupito dal cambio d’umore rispose: “Mi chiamo Arzel, il mio villaggio è stato distrutto qualche giorno fa. Ma hai detto tutti quanti, quanti ce ne sono ancora come te?”
“Beh, questa è la tenda del capo, devi ringraziare lui se sei salvo. Comunque ci sono molte razze qui, Hume come te, Mitra come me, Elvaan, Taru Taru e Galka, quando riuscirai a stare in piedi avrai l’occasione di conoscerli. Una sola cosa ci accomuna e te l’ho già detto prima, siamo tutti ladri. Il capo ci sta raccogliendo da tutta Vana’Diel per creare un’esercito di emarginati e poter aiutare gli eserciti delle città a sconfiggere gli uomini-bestia e il loro signore.”
Arzel stava iniziando ad interessarsi a ciò che diceva la Mitra e continuò con le sue domande: “Emarginati? Eserciti della città? Raccontami di più.”
La Mitra iniziò il suo racconto; erano ladri, non erano ben visti dalla gente e le guardie della città impedivano spesso il loro ingresso nella città. Ma era questo che li costringeva a razziare i passanti e questo non faceva che accrescere l’odio verso di loro; era un circolo vizioso.
Molti di loro erano costretti a costruire le proprie abitazioni nei boschi o ad usare le grotte per non farsi trovare dalle guardie.
Quando gli uomini-bestia iniziarono a prevalere nella guerra il Gran Duca di Jueno chiese l’unione degli eserciti delle città maggiori di Vana’Diel, Windurst, Sand’Oria, Bastok e la sua Jueno, in un unico esercito.
Un ladro, Matrim, decise di seguire l’esempio del re di Jueno e giro per tutta Vana’Diel alla ricerca dei suoi simili per unirsi nella lotta. Non gli fu difficile convincerli grazie alla sua fama poiché egli veniva considerato il miglior ladro del continente tanto che si diceva che spesso persino i governatori delle città gli davano missioni che richiedessero le sue abilità.
All’improvviso Arzel si rese conto della sua stupidità e fecce una domanda che avrebbe dovuto far da prima: “Visto che avete girato molto, avete trovato altri superstiti?”
Saha scosse il capo e Arzel capì, tornò sotto le coperte e non parlò più.
Si era addormentato e al suo risveglio sulla sedia dove prima stava la Mitra ora c’era un uomo che lo osservava con i suoi occhi scuri.
Il bambino con una voce sottile chiese ricordandosi ciò che Saha gli aveva detto il giorno prima: “Matrim?”
L’uomo con una voce profonda rispose: “Sì sono io. Ti chiami Arzel giusto? Appena potrai reggerti in piedi preparati che ti aspetteranno dure giornate e dovrai sopportarle se vorrai sopravvivere abbastanza a lungo a questi tempi.”
Detto questo prese la sua arma e uscì dalla tenda.
Il giorno dopo Arzel riuscì a reggersi in piedi e subito il campo fu smontato e tutti si rimisero in viaggio.
Lui era nello stesso carro del capo che iniziò a spiegargli il codice dei ladri; in pochi giorni conobbe il significato di cose come l’onore e il rispetto dei compagni ma anche cose di minor importanza come il valore materiale delle cose.
Non passò molto tempo che fu iniziato anche alle tecniche di furto e alle basi del combattimento ma era ancora presto per lui per mettersi in mostra in uno scontro data la giovane età.
Solitamente era Matrim ad istruirlo ma ogni tanto anche gli altri ladri gli davano consigli e notava che non era l’unico novizio, c’erano molti altri giovani più grandi di lui che si esercitavano ancora nell’arte del furto; perfino Saha aveva una sua allieva, era un Mitra come lei ma non ebbe molte occasioni per conoscerla, l’unica cosa che sapeva è che si chiamava Nanaa, almeno questo era il nome che urlava la sua insegnante quando la rimproverava.
Pochi anni dopo Matrim gli diede l’occasione di dimostrare il suo valore, gli allievi lo guardavano invidiosi poiché nessuno di loro aveva potuto partecipare a un’azione alla sua età.
Si riunì per la prima volta insieme agli altri ladri e Matrim ripette, come al solito, ciò che avrebbero dovuto fare.
In pratica i ladri era numerosi ma non avrebbero mai potuto da soli sopraffare l’esercito degli uomini-bestia, superiori a loro in numero e potenza offensiva, e quindi erano costretti ad usare il loro ingegno e le loro abilità.
Infatti le loro azioni consistevano nell’assalto ai convogli per il rifornimento di cibo od armi per poi saccheggiarli e bruciare ciò che non riuscivano a portare con sé in modo da indebolire le fila nemiche.
Spesso parte del bottino veniva donato ai villaggi che incontravano in modo da alleviare ai paesani il dolore di quei tempi e permettere a loro di armarsi contro un eventuale assalto.
Arzel era troppo giovane per combattere contro gli uomini-bestia e si dovette accontentare di aiutare i compagni a saccheggiare i convogli che erano stati abbandonati insieme agli altri allievi.
Passarono gli anni e la guerra finì, il Gran Duca di Jueno chiamò Matrim a corte e in accordo con i governatori delle altre città decisero di dare il giusto riconoscimento alla loro classe, risultata fondamentale nella guerra, e, con essa, la libertà di girare in città. Ma c’era una condizione, nessuno avrebbe dovuto sapere della loro funzione nella guerra, sarebbe stato un disonore aver fatto sapere che l’esercito era stato aiutato dai ladri e la loro libertà verrebbe giustificata con la pace che si era ottenuto.
I giovani furono felici della notizia e molti si diressero verso le città anche se molti non li guardavano ancora di buon’occhio, invece i maestri per farsi distinguere dalla nuova generazione si fecero chiamare “anziani” e, ormai abituati alla loro vita passata, decisero di restare una carovana nomade che avrebbe girato per tutta Vana’Diel; Arzel decise di rimanere con gli anziani.
Passarono pochi anni di pace che si parse in giro la voce che erano tornati gli uomini-bestia.
Fortunatamente senza un signore che li guidasse la loro pericolosità era molto bassa tanto che ciascuna nazione pensò che era inutile unirsi di nuovo in un alleanza e preferirono affidarsi ai loro avventurieri.
Questi erano perlopiù giovani proveniente dai villaggi limitrofi che vollero seguire le gesta dei loro eroi dalla guerra precedente o che volevano vendicarsi; per questo si diressero verso le città e si arruolarono.
Ciascuno di loro era di una razza diversa e ma era soprattutto la diversità delle classi che seguivano che li distingueva, c’erano persino alcuni ladri, alcuni erano nuovi a questo lavoro e lo seguirono pensando alle ricchezze e al fatto che ormai non potevano essere perseguitati, altri invece erano i vecchi allievi ladri che Arzel conobbe durante le loro razzie.
La carovana di ladri alla notizia preferì tornare ad usare la tattica usata nella guerra ma non era lo stesso, molti erano invecchiati e dei giovani era rimasto solo Arzel.
Spesso durante i loro assalti molti uomini-bestia riuscivano a fuggire e fu questa la causa della fine degli anziani.
Un giorno durante un assalto che sembrava andare a buon esito si ritrovarono a loro volta circondati,era una trappola, e dovettero prepararsi a uno scontro mortale.


continuo a scrivere la storia su word ma sta continuando :wink:

Work in progress :gh:

Rob Threepwood
07-06-2005, 19:46
Complimenti per le storie :):
Grazie, Grazie :)

Appena troverò un pò d itempo sccriverò la mia cmq avviso subito che voglio darle un'atmosfera molto dark (forse rileggere qualche volumetto di Berserk mi ha spinto a quest'idea :gh: )

Eh eh eh... dovremo aspettarci marchi sacrificali, ammazzadraghi, belle fanciulle che impazziscono e qualche tetta di tanto in tanto? :P :)


preparerò il racconto che purtroppo non so dirvi quanto uscirà lungo, dipende dalle ideee che mi verranno:wink:

Non ti preoccupare, scrivi quello che ti senti di scrivere e sono sicuro che andrà tutto alla grande :)
Volendo uno potrebbe pure scrivere un haiku :P :)

Arzel
07-06-2005, 19:53
Eh eh eh... dovremo aspettarci marchi sacrificali, ammazzadraghi, belle fanciulle che impazziscono e qualche tetta di tanto in tanto? :P :)


No no mi sono ispirato alla prima parte di Berserk :wink:

Cmq non dovevi creare questo thread quando trovo l'ispirazione nessuno mi ferma più argh :barella:

E vi avviso che questo è forse la metà della storia :shocked:

Rob Threepwood
07-06-2005, 20:13
No no mi sono ispirato alla prima parte di Berserk :wink:
Ah, ecco :) beh, ho notato :) più che il marchio sacrificale, Arzel ha il marchio della sfiga ^^; che culo che ha avuto il mio ad arrivare a Vana'diel dopo la grande guerra coi beastmen :D

Cmq non dovevi creare questo thread quando trovo l'ispirazione nessuno mi ferma più argh :barella:
Ebbeh, ti capisco benissimo :) Secondo te com'è che ho scritto la mia? :) E' bastato l'incipit e via ^^;

E vi avviso che questo è forse la metà della storia :shocked:

E ci mancherebbe... vorresti lasciarci a metà, col tuo personaggio praticamente nella merda quasi fino al collo?¿?¿?¿? :P Crudele :P :) :D

Falnas
07-06-2005, 21:38
é il contrario della mia storia ^^ lo sfigato e il fortunato
però non ci sono mithra nella tua storia arzel! devi metterle! assolutamente!
*Falnas tira la coda ad una mithra* XD

]Alpha[
07-06-2005, 23:28
Bella aRzel ^^
Ma avete tutti un passato tormentato... il mio come al solito sarà calmo, tranquillo e...

...beh, ve lo lascio scoprire :P
Entro domani posto il racconto ^^

Falnas
18-06-2005, 13:21
Ricordi di Falnas - parte 3 - La salvezza



Voci confuse svegliarono il dormiente che lentamente riprendeva i sensi dopo un sonno tranquillo, una voce maschile lo chiamava “Falnas sveglia!” il guerriero aprì gli occhi e vide il suo fedele compagno Daran seduto su un sasso al suo fianco che leggeva una mappa abbozzata e stracciata “Lo so” annuì con il capo verso Falnas “Non possiamo affidarci molto su una mappa stracciata, e neanche sui nostri compagni” alzò gli occhi dalla carta e osservò il canyon desolato, privo di arbusti e un caldo vento soffiava da nord-ovest “Non mi fido dei maghi, non sanno fare il proprio lavoro di guaritori” ogni parola appesantiva il volto segnato di Daran, un tempo allegro e forte, ora stanco e demoralizzato. Falnas si alzò con riluttanza dal cumulo di erbacce che entrambi chiamavano letto e prese dalle mani dell’amico la mappa e gli diede un’occhiata “E questa sarebbe una mappa?” domandò ironicamente “vale più come cibo per uccelli” la diede al compagno che sorrideva all’elvaan “Dove sono gli altri?” Daran guardò il cielo indifferente “Allora? Dove sono?” insisté “Scappati...” Si alzò, prese un piccolo sasso con delle incisioni e lo lanciò a Falnas che tentò di leggere le rune incise velocemente “Buona fortuna... si sono sprecati” scagliò il sasso il più lontano possibile nascondendo la rabbia “almeno sono stati gentili a lasciarci un messaggio” disse con ironia l’Hume “iniziavo a pensare che ci avrebbero lanciato una magia prima di fuggire” l’elvaan diede uno sguardo all’accampamento che consisteva in un cerchio di pietre ammassate di fretta e logorate dal vento, spostò con fatica un grande macigno al centro che nascondeva una fossa poco profonda con un paio di spade, armature e scudi, un paio di anelli, oltre a viveri per una settimana scarsa “Ho fatto bene a nascondere i nostri averi” disse prendendo la sua rossa e fiammante spada piena di scheggiature e la ripose nel fodero pensieroso. Daran sembrava preoccupato, sapeva che a Bastok si combatteva ancora nel porto, e a Selbina i paladini di San D’Oria e i Ranger di Windurst tentavano di respingere i pirati e le nuove ondate di mostri da Valkurum. Nessun posto era raggiungibile. Falnas prese tutte le armi dalla buca, si sentiva felice della separazione dai maghi, erano freddi e schivi, e non sopportava il fatto che loro non si sporcavano le mani, tranne il rosso. Prese lo scudo, indossò l’armatura a piastre presa da un soldato morto nei deserti di Bastok, e indossò i due anelli “Daran, dove siamo diretti? Non possiamo restare qui in eterno...” L’hume pensava troppo profondamente per rispondere all’amico, osservava il cielo coprendo con la mano il sole irritante, aveva due vie in mente e sapeva che era difficile muoversi a causa dei numerosi uomini bestia che pattugliavano ogni regione “aiutami nella scelta, attraversiamo le miniere a nord per il gran ponte? O rischiamo un viaggio a Selbina?” l’elvaan rispose convinto “Andiamo a Selbina! Aspetta, in che senso rischiamo?” Daran si alzò lentamente e si avvicinò a Falnas appoggiando la sua mano sulla spalla dell’amico “Si combatte anche a selbina, l’obbiettivo dei mostri é di bloccare ogni via per raggiungere le città. Forse ci possiamo fare strada verso il gran ponte” il guerriero rimase perplesso e curioso “il gran ponte? Che posto é?” l’hume sventolò la mappa indicandola con l’altra mano “in questa mappa é segnata la strada per arrivarci, é un ponte che collega i due continenti. Alcuni miei vecchi amici me la diedero prima della guerra, volevano fondare una città ricca piena di commercianti. Sono curioso di sapere se sono riusciti a costruirla” l’elvaan rise udendo l’idea di fondare una città “sono matti! Con tutto questo caos é impossibile” Daran guardò Falnas pensieroso “Non hai notato le numerose orde contro le città e i porti?” “Certo! Chi non le vede?!” l’hume camminò lentamente intorno al cerchio di pietre pensando “Sono sicuro che le regioni siano libere, i mostri stanno combattendo solo nelle città. Non credo che sappiano del ponte” il guerriero era dubbioso, non sottovalutava gli uomini bestia, sapeva che alcuni di essi erano furbi “é impossibile non vedere un grande ponte, ma se non lo hanno ancora notato ben venga” Daran rise immaginando orde di goblin che cadevano dal ponte “Concedigli un momento di stupidità. Questo piccolo dettaglio ci sarà utile” Falnas rubò la mappa e la lesse “si, si può fare” disse ironicamente “la distanza é breve... soltanto una settimana di viaggio se va bene” Daran riprese la mappa arrotolandola e infilandola in un fodero dei suoi artigli da monaco “Ora capisco perché é a brandelli, non hai un posto migliore?” l’hume finse di arrabbiarsi stando al gioco “senti, non ho spazio, vuoi che la metto nei tuoi stivali?” “sai che non ti conviene dare le cose a me” rispose l’elvaan, ora sentiva una strana energia che si avvicinava, c’era qualcosa dietro di lui, una presenza strana e inaspettata. Si girò lentamente come se avesse un mostro feroce alle spalle, e un lampo lo accecò facendogli perdere i sensi. I sogni ritornarono, il tempo era fermo, Falnas sentiva una voce soave nella sua mente, non capiva se stesse sognando o no “Svegliati! Non abbandonare questo mondo!” alcune lacrime caddero sul viso dell’elvaan che si svegliava stordito, come se avesse dormito per lunghi giorni “Avanti, svegliati!” dal tono di voce sembrava una donna, Falnas si sentì stanchissimo e aprì lentamente gli occhi che furono accecati dal sole “Grazie al cielo sei vivo, pensavo che fossi morto” il guerriero alzò leggermente la testa per vedere meglio il volto della persona. Una mithra con un’armatura argentata da paladini era chinata verso di lui “Sembri sconvolto, ti hanno abbandonato?” l’elvaan si guardò velocemente attorno, non c’era nessuno a parte la donna “dov’é Daran? Perché sono solo?” “Daran? é un tuo amico? Quando sono arrivata non c’era nessuno” al suo fianco aveva un piccolo sacco da cui prese una pagnotta che offrì allo sventurato “é il minimo che ti posso dare in questo deserto, ed é meglio che tu non sappia con cosa ti ho risvegliato” Falnas prese un pezzo di pane che divorò velocemente e si incuriosì su come si sia ripreso “é una cosa che mi riguarda, ormai hai aperto bocca, non può rimanere un segreto” la mithra rispose riluttante “ti ho risvegliato in un modo bizzarro, non penso che tu riesca a capire ora, stai a malapena in piedi” l’elvaan ribatté “Non cercare scuse, su dimmelo” la paladina si alzò alzando il guerriero che stava a fatica in piedi “te lo avevo detto che non ti reggevi da solo, per quanti giorni hai dormito?” “giorni? Vuol dire che tutto quello che ho vissuto prima era un sogno?” rispose Falnas confuso “é probabile... che giorno é oggi?” l’elvaan si guardò attorno cercando di ricordare il giorno che stranamente aveva dimenticato “mi sembra il 4 Iceday del sesto mese, credo” la mithra lo guardò sorpresa “hai dormito per venti giorni?! é impossibile sopravvivere così tanto, ecco perché sei conciato così male” il guerriero fece due passi lenti e faticosi, sembrava che qualcuno lo trascinasse “grazie della precisazione, comunque che ci fai qui? Non c’é la guerra a Vana’Diel?” “la guerra contro gli uomini bestia é finita un mese fa, non mi stupisco che tu non lo so sappia, nessuno attraversa queste lande ormai” Falnas si lasciò cadere su un cumulo di pietre, era talmente stanco da non sentire più il dolore “un mese fa? Ecco perché mi hanno abbandonato. Mi potresti portare a San D’Oria?” la mithra si sedette di fronte allo sventurato “sei matto, non vado fino a lì. Sono diretta a Selbina, poi prendo la nave per Mhaura e attraverso Tharogi Canyon ed east Sarutabaruta fino a Windurts, ti posso portare fino alla mia città se ti va” l’elvaan rimase perplesso, non aveva mai visto Windurts, però era la città natale di sua madre, una mithra molto gentile e generosa, non sapeva se rimanere a Selbina per riprendersi o partire verso l’altro continente, intanto il dolore lo iniziava a tormentare “Windurts... la città dove é nata mia madre, portami lì per favore” la paladina sorrise e alzò Falnas tirandolo per il braccio “ricordati che sono a pezzi” urlò lo sventurato “scusa, mi ero dimenticata che sei distrutto. Scusami non mi sono neanche presentata, mi chiamo Leyana, sono una paladina di rank 8 a windurst” “piacere, io mi chiamo Falnas e sono un guerriero di rank 2 a San D’Oria; ma dubito che la città esista ancora, quindi sono di rank 1” l’elvaan si appoggiò a Leyana come un anziano sul proprio bastone, non sarebbe bastato una settimana per riprendersi, la mithra sembrava tranquilla e il suo viso non mostrava segni di battaglie “mi spiace averti svegliato dal sonno con il tuo amico immaginario, la prossima volta ci penserò due volte prima di baciarti” Falnas la guardò stupito “mi hai baciato?!” e cadde a terra svenuto “Oddio!” urlò la paladina vedendo a terra il guerriero sconvolto “Che ti prende?” aprì gli occhi e guardò il cielo azzurro con qualche nuvola leggera, mormorando ad alta voce “é un miracolo! Sono sempre stato un disastro con le donne” Leyana ribatté “non pensare che ti abbia baciato per amore, ti ho baciato per salvarti, forse...” “forse? non ne sei sicura?” Falnas si alzò velocemente come se avesse dimenticato il lungo sonno e si incamminò verso selbina mentre la sua compagna di viaggio rimase per un attimo pensierosa sulle proprie azioni. Amore o semplice dovere di salvezza, i due fronti lottavano nella sua mente mentre il guerriero si allontanava <sarà solo una cosa temporanea, ne sono certa> quando tornò in se corse per raggiungere l’elvaan, ormai all’orizzonte, pronto per vivere in pace come aveva sempre desiderato.